Ricca di storia, tradizioni e amici, è questa la Mercato Saraceno che ho conosciuto quando anni fa col mio “carretto del gelato” partecipavo allo storico Mercato di Maggio. Fu voluto da Saraceno degli Onesti, feudatario intorno all’anno 1100, quando vicino al mulino ad acqua e all’unico ponte sul Savio tra Cesena e Bagno di Romagna, diede il via al mercato di Saraceno. Ebbe durata dieci giorni e una risonanza tale da rimanere l’unico nella vallata per diversi secoli successivi.



Conobbi così “Corky”, Marcello Veggiani, personaggio estroso e creatore dell’omonimo ristorante che, da circa un anno, si trova lungo la scalinata che dalla Piazza principale sale fino alla chiesa.


Dopo qualche anno in cui ci siamo persi di vista, decido di andarlo a trovare e durante una deliziosa cena ricca di sapore e creatività, mi racconta quasi per sbaglio una storia bellissima.
È la storia del “Torrone Ragno”, specialità che nei primi anni ‘20 veniva preparata dal Cavaliere Marcello Veggiani, bisnonno di Corky che ne tramanda il nome, oltre ad aver portato avanti il suo Bar Ragno da più di 100 anni sulla piazza del paese.
Leggenda narra che il nome Caffè Ragno gli fosse stato suggerito dal Conte Teodorani di Cesena, chiamato “Baffispranga” a causa di due grossissimi baffi a manubrio.
Qui si aprono davvero degli intrecci di storie incredibili, le mie continue domande rispolverano ricordi oramai dimenticati e ci congediamo con la promessa di rivederci il prima possibile.


Un sabato mattina torno quindi a Mercato Saraceno e trovo ad aspettarmi Maddalena Veggiani (nipote del Cavalier Veggiani) in compagnia di un sorriso davvero sincero, una serie di appunti scritti a mano in modo incredibilmente ordinato e alcune meravigliose foto dell’epoca.
Per diversi giorni ha cercato di rispolverare ricordi coinvolgendo parenti, vicini ed amici.
Tutti concordano sul fatto che il Cavaliere fosse un vero pioniere dei suoi tempi, produceva qualche gusto di gelato, vino e bibite gassate che rivendeva a tutti i “bettolini“ della zona in anni in cui Mercato era un vero e proprio centro di snodo e commercio.
Il torrone invece lo realizzava in modo ancor più Artigianale, preparato gelosamente in casa, veniva venduto esclusivamente nel suo locale.
Inizialmente era conosciuto e gustato in tutta la vallata, poi con lo spopolamento delle aree montane tutti andarono a vivere in città, ma alla prima occasione durante il periodo invernale risalivano in paese riportando con sé questa specialità.


La preparazione del Torrone era un vero e proprio rito a cui nelle fasi iniziali nessuno poteva assistere.
“Il nonno iniziava da solo al mattino le preparazioni e il mio compito – racconta Maddalena – era quello di scartare una ventina di caramelle trasparenti alla menta, avvolgerle in un tovagliolo e romperle con un martello.”
Questo “ingrediente segreto” veniva aggiunto al composto verso la fine, poco prima di aggiungere le mandorle tostate.
“Ho parlato con tante persone, ho assaggiato diversi tipi di torrone in tutti questi anni, ma in nessuno di questi ho mai percepito la freschezza che quelle caramelle regalavano al composto” racconta Maddalena.
Controllava minuziosamente tutte le temperature e la velocità della frusta che mescolava il composto, anche se probabilmente avrebbe girato da sola con tutte le “pule“, ovvero gli smoccoli in Romagnolo che il nonno tirava.



A grande sorpresa mi portano nel vecchio laboratorio, dove il tempo pare essersi fermato.
Mi si illuminano gli occhi quando vedo la grande stufa in muratura e la sua bocchetta dove veniva caricata la legna. Sopra vi era un grosso tegame in alluminio a cui era saldato un vecchio pentolone in rame, dove veniva cotto il tutto a bagnomaria non appena raggiunta la giusta temperatura.
Intorno alle 16 poco prima della “levata della cotta”, noi bambini con la nonna e un vicino volontario (non era difficile trovarlo) eravamo chiamati a raccolta.
“Il babbo di Corky, più grande di me di quattro anni, aveva la responsabilità di tenere controllato il rubinetto con manometro, mentre noi preparavamo i tavoli in legno con l’ostia su cui versare l’impasto ancora caldo.
Ma il momento più importante era quando la grande cinghia di cuoio che azionava il macchinario doveva passare dalla puleggia grande a quella piccola per diminuire la velocità, e tutti cercavamo così con un coltello di assaggiare il preparato ancora caldo.”

In gran velocità veniva versato sul tavolo con l’ostia, spianato con un coltello e dopo aver messo un’altra ostia sopra, veniva passato il tutto col matterello per livellarlo il più possibile. Con una grande squadra in legno, un coltellaccio ed un martello si facevano i panetti.
I panetti venivano poi tagliati a misura con una vera e propria sega e per tutti iniziava la festa, perché i bordi ed i pezzi irregolari venivano mangiati con grande gusto.
Alla sera tutta la famiglia si riuniva in cucina per incartare le stecche di torrone con pezzi di carta oleata e spago che veniva sostituito da un nastrino rosso in prossimità del Natale. Tutte queste bellissime stecche venivano riposte in una scatola di metallo e il giorno dopo il nonno partiva da casa caricando la scatola sulla carriola in direzione del Caffè Ragno.
Erano anni in cui i bar fungevano da emporio, vendendo zucchero sfuso, liquori che venivano travasati in bottigliette più economiche e anche gli ingredienti per la preparazione dei dolci.
Ci confida Marcello che appena qualche anno fa, durante un giorno di mercato cittadino, un signore residente in qualche località del nostro Appennino che probabilmente aveva vissuto quegli anni, entrò nel Bar chiedendo se venivano ancora vendute le ostie per il torrone, a ragione del fatto che i ricordi e le tradizioni continuano a vivere finché se ne parla.

I tempi cambiarono velocemente come anche le abitudini, per cui nel 1972 il Cavaliere Veggiani, classe 1891, dopo aver smesso da tempo di produrre le bibite gassate, smise anche la produzione del Torrone, se non per qualche piccola preziosa “cotta” destinata ad amici e parenti.
“La storia del Torrone Ragno sarebbe terminata qui – continua Maddalena – perché mio nonno la ricetta non l’ha mai scritta e nemmeno raccontata a nessuno.”
Ma vi è sempre un lieto fine, la ricetta è stata ricostruita rimettendo insieme appunti e ricordi di un suo vecchio collaboratore, che come nelle migliori trame di soap opera, non poteva che essere il padre di Elisa, moglie di Marcello Corky.
Ho potuto dare una bella sbirciatina pure io, e ammetto di coltivare il sogno di poter rimettere presto in produzione il Torrone Ragno.
Nel mentre non potevo che creare il gusto gelato “Torrone del Cavaliere”, preparato con la ricetta originale condita da questa bellissima storia.



